Chiunque, in tivù, può constatare la misura in cui noi, genere umano, produciamo più notizie di quante non ne riusciamo a consumare. Per esempio…

Martedì sera – mentre a Treviso, “Marca gioiosa”, si svolgeva una grande “Festa del Tiramisù”, – nella vicina Mestre, a pochi chilometri da quella manifestazione dolciaria, lungo una strada sopraelevata si è consumato il disastro che tutti sappiamo. Un autobus a trazione elettrica, pieno di turisti, ha strisciato e poi sfondato il guard-rail del viadotto sulla ferrovia, precipitando per quindici metri nel vuoto. Al tremendo impatto con il suolo sottostante ventuno persone sono morte, tra cui una bambina di un anno e una giovane sposa incinta.

Di fronte a tanta tragedia, il ministro dei trasporti, ostile alla transizione ecologica, ha subito colto la palla al balzo per lanciare l’idea (balzana) di vietare gli autobus elettrici. Che dire?

Lasciamo di ciò. In altri tempi, in tempi più devoti, sarebbe sorta spontanea soprattutto una domanda sulla “Giustizia divina”, non solo in rapporto alla guida del Paese messa nelle mani di certa gente. Ma anche in rapporto alla cosiddetta “teodicea”. Perché, al fondo della questione, una volta ci si domandava: Come può un Essere buono e onnipotente consentire che accadano le non poche e non piccole stragi di innocenti da cui è funestata l’Italia e l’intera vicenda umana?

In altre parole: Da dove viene il “male”?! I grandi teologi cristiani del passato escludevano categoricamente che Dio avesse inteso introdurre il “male” nella sua Creazione. Ma allora da dove viene? Ecco il grande quesito della “teodicea”, che i bravi insegnanti di religione ti spiegavano facendoti presente come, secondo Sant’Agostino, anche la Creazione divina è soggetta a “corruzione”.

La quale “corruzione” non deve intendersi adesso nel senso grossolano dei Lavori Pubblici in Italia, dove pare siano stati stanziati più denari di quanto non si direbbe, giudicando dalle realizzazioni (e oramai non si può nemmeno più buttare tutta la colpa addosso ai “craxiani”).

Nel contesto del nostro ragionamento, con la parola “corruzione”, Sant’Agostino intendeva altro, cioè una specie di “deterioramento” che avviene al Creato inteso complessivamente. A ben pensarci, questo “deterioramento” somiglia parecchio al principio dell’entropia – cioè del “disordine crescente” – di cui parlano i fisici moderni; secondo i quali l’universo tende naturalmente e implacabilmente, insieme a tutte le cose in esso comprese, a decadere verso il disordine e la dissoluzione. Né occorre qui immaginarsi subito grandi catastrofi. Basta pensare a un qualsiasi fiocco di neve che, sciogliendosi, perde quella sua mirabile struttura cristallina.

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Sicché dunque, ogni cosa, inclusi noi stessi, inclusi i fiocchi di neve, è soggetta a invecchiamento. E si pensa che l’invecchiamento avvenga man mano che il tempo passa. Però, forse, è vero anche il contrario, perché il tempo non passa mai veramente, e neanche l’invecchiamento, mentre sono tutte le cose, inclusi noi stessi, che, come dire, passando e invecchiando, prima si gonfiano e poi si sgonfiano.

Così, piccole donne italiane crescono. E divengono mamme cristiane italiane. E nonne le loro mamme. Mentre le nonne più longeve si tramutano a loro volta in bis- e trisnonne italiane. Ma questo vale anche per i loro figli, nipoti, bis- o trisnipoti. Che una volta erano bambini e giocavano con i soldatini. Poi furono arditi e partiti come soldati “e non sono ancora tornati” (canta il poeta).

Altri, però, tornarono e portarono un bastimento carico di manganelli, impugnando i quali si riarmarono e ripartirono per andare ad ammazzare cinquantamila Abissini, rei di non chiamarsi come Mussolini. Poi si fecero ammazzare in 330 mila, tra morti e dispersi nelle sole Forze Armate, senza contare le vittime civili: «Mi serve un pugno di morti per sedermi al tavolo delle trattative», aveva previsto il duce.

Ed eccoci qua, insomma, che in qualche modo o maniera, se non moriamo giovani, invecchiamo tutti. Tanto i ragazzi bravi quanto quelli meno bravi. E questa nozione dell’invecchiamento è stata verificata anche da chi tornò da lunghe ferie trascorse chissà dove tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. Eccetto quelli che non tornarono e non invecchiarono. Ma, avverto ora sulla punta della lingua il pizzicorino di una espressione: “campo di concentramento”.

“Campo di concentramento”, parola evergreen, che indica una serie di altri hotel, oggi di nuovo tutti completamente prenotati da ragazzi entusiasti, che riempiono le camere e le camerate, fino all’ultimo posto. Perché, incredibile a dirsi, anche in questo anno mediterraneo 2023 se ne contano a migliaia di migliaia in fila da ogni parte del mondo per visitare… i nostri campi di concentramento.

Né si tratta di ragazzi poco intelligenti. Molti di loro hanno studiato, sono ingegneri come il fratello di mio padre che ai suoi tempi andò a faticare due anni gratis in Germania. Così loro oggi. Non sognano d’altro che di poter lavorare, senz’alcuna assicurazione, nei nostri cantieri, nelle nostre piantagioni, o dove capita. E, insomma, se non l’inghiottono i fortunali, adesso fanno i manovali:

Com'è bello lavorare sulla tangenziale

con le mani rosse che ti fanno male

e i ricordi che camminano a duciento all'ora

e ti entrano dentro senza far rumore.

(Pino Daniele, Il Mare)

Ma bando alle rime in questa nostra società prosaica, in cui ci vediamo costretti a sopportare le staffilate di un’epoca vigliacca, i torti di oppressori idioti, gli insulti di gradassi incapaci, la sofferenza lancinante dell'amor di patria quando viene umiliato e offeso dalle autorità competenti ma indecenti, con qualche quintale di diritto negato, di torti e oltraggi e superbie e indugi di legge e insolvenze morali e scherno e indegnità.

Questo è Shakespeare, sostanzialmente, non il “nuovo corso” né il “nuovo che avanza”, e nemmeno l’ottuso furore padano del vecchio Bossi all’epoca in cui attaccava a parolacce concorrenti politici di tanto superiori a lui per buttare giù l’intero sistema in un accesso di furore collettivo. Ma chi se ne ricorda più?

Nell’universo resta un solo “vaffa” che resiste al tempo. È un “vaffa” che il ministro della viabilità padana non può dimenticare per l’onta subita nel lontano 16 agosto 2018, un giovedì come oggi, da quella stessa giudice Iolanda Apostolico che ha disposto la messa in libertà di alcuni ragazzi dai campi di concentramento italiani per migranti clandestini extracomunitari. E ha osato applicare le leggi europee disapplicando i decreti del governo. Orrore!

«Le notizie sull’orientamento politico del giudice che non ha convalidato il fermo degli immigrati sono gravi ma non sorprendenti», ha commentato il vicepremier Salvini. Il quale si riferiva a un like apparso sulla bacheca Facebook della magistrata con tanto di petizione richiedente “una mozione di sfiducia” nei confronti proprio di quello stesso ministro. Orrore! In conclusione, tutto scorre, invecchia, passa e va. L’unica cosa che resta immutabile in questo universo entropico è – come accennato – il like che Iolanda Apostolico ha aggiunto alcuni anni fa sotto un vecchio post del marito, Massimo Mingrino. Perché anche in Padania uno sgarro è uno sgarro. E giudicate voi: «Festa di piazza, si balla, si salta, tutti insieme. Allegria, energia, gioia… Fanculo Salvini». Ma, giunti sin qui, noi ovviamente ci dissociamo. O forse anche no.

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