Verrà un giorno in cui "L'Avvenire dei lavoratori" dovrà mettersi una mano sulla coscienza per ribattezzarsi in "La Crescita del Capitale"? Onestamente, crediamo di no. Ma riflettere sui futuribili è esercizio necessario. Che qui tentiamo prendendo le mosse da un nuovo "manifesto" sulla sinistra italiana.
C'è una ripresa del dibattito sulla fine della storia. Che se poi la storia non è finita, argomentano gli esperti, occorre quanto meno ammettere la conclusione della vicenda di contesa tra i due eterni duellanti, il capitalismo e il socialismo, scrivono. Per un verso il capitalismo ha vinto e stravinto; per l'altro verso il socialismo è morto e rimorto, dicono.
Così dicono e così scrivono, ormai da decenni.
Domandiamoci, dunque, se non si avvicini il momento in cui ci si chiederà di ribattezzare in un modo più 'realistico' questo nostro L'Avvenire dei lavoratori. E, per ipotesi, immaginiamoci che qualcuno ci proponesse di chiamarlo La Crescita del Capitale. Perché, come dicono e scrivono, il capitalismo trionfa, anche se – avverte Felice Besostri – mai così tanti lavoratori hanno camminato sul pianeta Terra. E questo è un fatto.
Però, se quel giorno arrivasse, quello in cui si cambiasse nome e si rimuovessero i "lavoratori" dalla nostra testata, ci piacerebbe poterlo comunicare sui paginoni dei giornaloni del capitalismo. Perché a poco varrebbe che sui piccoli giornalini del socialismo si ammettessero i fasti e, rispettivamente, i nefasti dell'un duellante o dell'altro.
Ma, come al solito, siamo in ritardo. Ci ha preceduti Antonio Polito che proprio di questo parla sul Corriere della sera in un'ampia e interessantissima recensione del libro di Aldo Schiavone recante il titolo Sinistra! - Un manifesto (Torino, 2023).
Che in questo saggio einaudiano si invitino i progressisti a prendere atto del trionfo del Capitale, è subito dichiarato dalla copertina del libro: «Al pensiero progressista serve una rottura radicale. Con al centro una nuova idea di eguaglianza – svincolata dalle rovine del socialismo». Rovine evidentissime, certo, ma siamo sicuri che esse riguardino 'solo' il socialismo, come paiono suggerire Schiavone e Polito, transitati dal PCI al progressismo senza fermate intermedie?
Certo, c'era una volta il socialismo democratico, ma si diceva che fosse deceduto da almeno cent'anni. A dirlo furono soprattutto i comunisti, costruttori del cosiddetto "socialismo reale", frattanto crollato anch'esso con la demolizione del Muro di Berlino e la fine dell'URSS.
Certo, poi negli anni Trenta si parlò anche di "socialismo liberale", al cui ritrovamento tante formidabili energie ha dedicato uno storico leader del PSI come Valdo Spini. A lui dobbiamo il rinascimento di attenzione per i fratelli Rosselli dentro l'orizzonte delle culture politiche italiane.
Come si sa, Carlo e Nello Rosselli vennero assassinati in Normandia per mandato mussoliniano durante l'esilio. Ma fu proprio un altro socialista liberale, il presidente Roosevelt, a sgomberare l'Italia e non solo l'Italia dal nazi-fascismo. Aveva a fianco una first lady della statura morale e intellettuale di Eleanor Roosevelt, che per inciso, sotto Kennedy, fonderà la Commissione presidenziale sulla condizione delle donne. Senza contare che, all'indomani della Seconda guerra mondiale, Eleanor aveva condotto a compimento la stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.
Orbene, tutto questo socialismo umanitario, democratico e liberale – con le sue germinazioni e propaggini di sindacalismo, laburismo, antifascismo, femminismo, terzomondismo, pacifismo eccetera eccetera – era dunque soltanto il sogno di una cosa? Parabola ormai remota che si chiude come il primo romanzo pasoliniano sulla "migliore gioventù al di qua del Tagliamento"?
È la Grande Obliterazione – dunque – ciò che si reclama sui giornaloni asseverando ancora una volta per la prima e per l'ultima volta la fine definitiva del Socialismo e il trionfo indiscutibile del Capitalismo?!
Ne stiamo parlando in redazione durante le nostre riunioni e, sulla linea di ragionamento che abbiamo imboccato, ci siamo trovati a incrociare anche il celeberrimo Max Weber, per il quale il capitalismo si può intendere come uno specifico amore del profitto, che si rinfocola nella vocazione per il reinvestimento del Capitale finalizzato al suo ininterrotto auto-accrescimento.
Qui, dietro una interpretazione forte di Nietzsche, traspare lo sfondo romantico per non dire faustiano: Max Weber legge il capitalismo come una volontà di potenza, una potenza che desidera eternamente sé stessa, un desiderio che senza sosta vuole il proprio incremento infinito.
Ma in questa sua fame di infinito il Capitale pare potersi accrescere lungo due direttrici fondamentali:
1) L'acquisizione della proprietà dei mezzi tramite i quali gli umani possono produrre la ricchezza: terre, materie prime, dispositivi della scienza-tecnica, sistemi di controllo e di distribuzione.
2) L'esazione della ricchezza che gli umani in quanto produttori, controllori, ricercatori e consumatori generano in forme e in misure variabili dovendo utilizzare i mezzi di cui sopra: ecco il famoso profitto in cui il Capitale tende ad accrescere sé stesso.
Probabilmente non vedete più le masse delle mondine chine in risaia da un lato e il "Sciur Padrun da li beli braghi bianchi" dall'altro. La divisione internazionale del lavoro, capace di dislocare/delocalizzare segmenti o settori di produzione diversi in paesi e addirittura in continenti diversi, facilita la confusione delle idee sul piano pratico e anche su quello teorico.
Fatto sta che questi pensieri sulla fine della storia ci risospingono dentro all'antitesi tra le "forze produttive" (1) e i "mezzi di produzione" (2), cioè dentro un contesto classico, quant'altri mai, della teoria marxiana. Che resta difficile da 'superare' prima d'averne realizzate le istanze di giustizia e di libertà per tutte/i.
In conclusione, il compito storico continua a stare lì: è la bersaniana "mucca nel corridoio", e noi continuiamo come ragazze/i un po' immature/i a far finta di non vederla, nell'illusione di poterlo attraversare, quel corridoio, come se la mucca non fosse niente.
Domanda alle lettrici e ai lettori di questa Newsletter: secondo voi verrà un giorno in cui "L'Avvenire dei lavoratori" si dovrà onestamente ribattezzare "La Crescita del Capitale"? Non sembri una mera battuta. Siete pregate/i di scriverci. Grazie.


