Chi è stato ad "aiutare" Hamas nell'attacco contro Israele? Sembra che Teheran abbia dato l'OK ai palestinesi «in un incontro avvenuto tra emissari del regime iraniano e membri di Hamas lunedì scorso, 2 ottobre, a Beirut», riferisce il Wall Street Journal. Se ne è avuta mezza conferma – secondo la TSI e l'ADN Kronos – per bocca del comandante palestinese Mohammed Deif: «Teheran ci ha aiutato». Ma Teheran tace. E Washington anche.

Fin qui abbiamo assolto per tre quinti alla regola giornalistica delle "5 W". Sappiamo infatti il "Che cosa?", What, il "Dove?", Where, e il "Quando?", When. Ma, sulle domande più importanti – il "Chi?", Who, e il "perché?", Why, – brancoliamo nel buio. La penna pesa, la tastiera spaventa, la mente e il braccio sono come bloccati, c'è chi piange e si dispera, chi cerca rifugio nella "consolazione della filosofia" – da Severino Boezio a Emanuele Severino, da Fulvio Papi a papa Bergoglio. Il quale però, unico vivo tra cotanto senno, riesce a reagire e dichiara:

«È diritto di chi è attaccato difendersi, ma sono molto preoccupato per l'assedio totale in cui vivono i palestinesi a Gaza, dove pure ci sono state molte vittime innocenti. Il terrorismo e gli estremismi non aiutano a raggiungere una soluzione al conflitto tra Israeliani e Palestinesi, ma alimentano l'odio, la violenza, la vendetta, e fanno solo soffrire gli uni e gli altri. Il Medio Oriente non ha bisogno di guerra, ma di pace, di una pace costruita sulla giustizia, sul dialogo e sul coraggio della fraternità», così Francesco.

Ci vuol coraggio, oggi, a parlare di "fraternità". C'è come un'afasia nell'aria. Tacciono molti "esperti". Forse non sanno che dire. Forse non desiderano esporsi. Oppure forse valgono qui le ultime parole famose di un celebre Trattato:

«di ciò di cui non si può parlare, su ciò si deve tacere.»

Così si concludeva, un secolo e un anno fa il Tractatus Logico-Philosophicus, unica opera pubblicata in vita da Ludwig Wittgenstein. Lo salutò come un conseguimento di "straordinaria difficoltà e importanza" Bertrand Russell, perché, disse, è molto, molto arduo svolgere un'argomentazione lunga e complessa senza cadere in evidenti errori o in contraddizioni.

Di ciò di cui non si può parlare, su ciò si deve tacere. Molti si mostrano taciturni (o conformistici) di fronte alle atrocità compiute dai miliziani di Hamas nei villaggi di Kfar Aza e Be'eri e già condannano Israele per la "bonifica" antiterroristica in preparazione nella "Striscia di Gaza". Non che Israele possa chiamarsi fuori da ogni responsabilità, per carità, ma non posso non domandarmi come stanno certi miei vecchi compagni di corso, rientrati a Gerusalemme dopo lo studio. E mi chiedo che cosa direbbe oggi Amos Luzzatto, storico presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, che intervistai in tempi lontani.

Forse richiamerebbe l'attenzione su una certa tendenziale relativizzazione mediatica, praticata da innumerevoli giornali su carta, in rete e in televisione, sia in Italia, sia in Germania, sia in altri paesi europei. Si parla oggi, con roppa facilità, del «più grande massacro di ebrei dai tempi dell'Olocausto». I media lo dicono e lo ripetono. Ma forse sottovalutano un punto: la sanguinosa scorribanda armata di Hamas contro cittadini israeliani inermi, per quanto vigliacca, ributtante e financo improntata soggettivamente a ideologie nazistoidi, non può tuttavia paragonarsi alla Shoah.

Non lo può, non solo perché la "Soluzione finale della questione ebraica" causò sei milioni di vittime di ascendenza o religione israelita. Non lo può, non solo per causa dei circa ottocento e quaranta lunghissimi giorni di sterminio intercorsi tra la Conferenza di Wannsee e la Capitolazione della Germania nazista: laddove la quantità cambia qui persino la sostanza delle cose.

Il paragone tra quello "ieri" e questo "oggi" è diffuso, ma a me pare fuori luogo, soprattutto perché nessuna relativizzazione è lecita in un contesto cosi tragico. Né la relativizzazione della Shoah. E nemmeno, beninteso, quella riguardante l'assassinio di massa perpetrato sabato scorso a Gaza contro 1'200 civili. Quest'evento, terribilmente luttuoso e assolutamente ripugnante per la sua crudeltà, non va strumentalizzato in comparazioni di sapore giornalistico.

Dopodiché la foto sopra – che ritrae una manifestazione del "Corpo delle guardie della rivoluzione islamica" – ci aiuta a comprendere che, oggi come nella Seconda guerra mondiale, l'assassinio antiebraico di massa avviene sotto la regia di uno stato, senza cui esso sarebbe in realtà impensabile.

Ma in questa evidenza si cela l'insidia di una provocazione cinica e sanguinaria. Perché se l'attacco arriva in ultima analisi da una media potenza nazionale, la sicurezza di Gerusalemme non verrà garantita mettendo a ferro e a fuoco la Striscia di Gaza, già nota per altro come una "galera a cielo aperto".

E neppure un'estensione del conflitto ad altri paesi della regione configurerebbe un'opzione accettabile sul piano strategico, dato che essa coinvolgerebbe probabilmente due nazioni dotate di armi atomiche, con la conseguenza di innescare il rischio di una guerra termonucleare.

Beninteso, nessun paese democratico dev'essere lasciato solo. Ma se noi, il genere umano, non siamo ancora stanchi di vivere dobbiamo agire con giudizio, attenendoci a una perimetrazione strettamente difensiva della forza.

Ma che fare dopo avere subito un sanguinoso atto di guerra? A Gerusalemme, c'è chi crede al "diritto di rappresaglia". C'è chi ha minacciato di "trasformare Gaza in un'isola deserta". C'è chi propende per forme più miti di ritorsione, le "sanzioni".

Il governo di Gerusalemme ha approvato una serie di azioni militari «per garantire che Hamas, alla fine di questa guerra non avrà alcuna capacità militare con cui minacciare o uccidere i civili israeliani», ha dichiarato il tenente colonnello Conricus, portavoce delle Forze di difesa israeliane. E il segretario della NATO Stoltenberg approva: «Israele ha il diritto di difendersi, ci aspettiamo una riposta proporzionata».

Ma qualora la proporzionalità venga disattesa, come fatalmente accade quando si spara e si bombarda? Qualora la popolazione civile confinata a Gaza subisca gravi lutti e patimenti? Questi "danni collaterali" alimenteranno a loro volta una volontà di vendetta tramite ulteriori azioni di guerra, terroristica o convenzionale. E queste azioni esigeranno per converso le loro reazioni e contro-reazioni, in una fitta prospettiva di rappresaglie in fondo alla quali già s'intravvede un altro pezzetto di conflitto deflagrante.

Ma escludereste che la sfida subdola che gli Ayatollah lanciano all'Occidente non sia proprio questa istigazione alla escalation? Un'altra guerra, dopo quelle contro Kabul e Baghdad, potrebbe rivelarsi fatale per le nostre democrazie.

Viviamo in un'epoca senza precedenti, ma quasi tremila anni fa al re della Lidia, Creso, nel vicino e medio oriente, accadde di ascoltare un vaticinio: «Se Creso attraverserà il Fiume Rosso un grande regno cadrà». Con queste parole l'Oracolo di Delfi aveva risposto alla sua domanda circa l'opportunità di muovere guerra contro l'antica Persia.

Creso decise di partire. Attraversò il Fiume Rosso. Credeva che il "grande regno" votato a crollare sarebbe stato l'impero nemico. Purtroppo per lui, si sbagliava.


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