CICLOSTILE. Ma quando finirà? Sono di nuovo giorni terribili per l’umanità, mentre assistiamo sgomenti alla feroce ripresa delle ostilità sul fronte della guerra israelo-palestinese. La cronaca degli eventi porta nelle nostre case il racconto di intollerabili atrocità nell’ancestrale conflitto tra le due parti, riacutizzato in questa fase dal terrorismo di Hamas. Ci troviamo così a essere spettatori impotenti di un crudele, ostinato déjà-vu dell’odio che si scarica senza pietà contro le vittime innocenti, bambini e neonati. E dal quale nessuno può chiamarsi fuori. È uno stillicidio che si consuma nella spirale di brutalità, stratificata da anni e anni di incomprensione reciproca, che non conosce la pietà. Per ragioni anagrafiche cambiano gli attori, ma soltanto loro e non lo scenario di fondo. Invariata rimane invece la parte loro assegnata dal copione impazzito della storia che sembra passata in diretta attraverso il ciclostile. Se il paragone, vista la gravità della situazione, non sembrasse irriverente, parrebbe di essere in quel teatro di Londra che da anni ripropone lo stesso lavoro, ma sul quale, terminata la rappresentazione, cala se non altro il rassicurante, salvifico sipario. Qui, in questa splendida terra divisa da rancori vecchi come il mondo e mai condivisa nel segno della reciproca accettazione, nulla di simile accade, perché da tempo immemore non ci sono sipari da calare. Perché ormai il danno è fatto e non si vede come sia possibile ripararlo. A questo punto lo spazio per un attimo di pausa che consenta di sfuggire all’implacabile schizofrenia della guerra per tornare finalmente a respirare liberamente, non esiste più. Qui, da oltre mezzo secolo, dalla guerra dello Yom Kippur fino ai giorni nostri, è stato soltanto un susseguirsi di inaudite violenze intercalato da pochi tentativi di pace che furono però di effimera durata. Tutto ciò continua a influenzare pesantemente gli equilibri non soltanto del Vicino e Medio oriente, ma di tutto il mondo, già alle prese con la via crucis dell’Ucraina e di altri conflitti che per la loro brutalità, la loro prevaricazione dell’uomo sull’uomo, lasciano senza parole.

GROVIGLIO. È incredibile di quante cose ci possiamo dimenticare, mentre la questione palestinese – come annota Ferruccio de Bortoli sul “Corriere del Ticino” – ritorna di prepotenza nell’agenda della diplomazia internazionale, “ingessata nel suo tragico groviglio di torti e ragioni”. Ci siamo quasi già colpevolmente dimenticati che dopo l’attacco di Hamas e la durissima reazione israeliana, sono i civili a pagare come sempre il prezzo più alto di una crisi senza precedenti. Ci siamo scordati che sono migliaia gli esseri umani catturati nelle strade, presi in ostaggio e portati nei nascondigli dei terroristi, nelle notti da incubo illuminate dalla livida luce dei razzi che squarciano il cielo. Al di là dei comunicati fotocopia – con i quali si auspica di creare le condizioni per un Medio Oriente “pacifico e integrato”, opzione che sembra ormai lontana mille miglia, – ciò che maggiormente inquieta è appunto la sorte della popolazione civile esposta a sofferenze indicibili. Pur riconoscendo le legittime rimostranze del popolo palestinese, al quale si negano cure sanitarie, acqua ed elettricità, e pur considerando le preoccupazioni di Israele per la sua sopravvivenza, nulla può giustificare questi atti di terrore pari a veri e propri crimini di guerra. Nel gelido linguaggio dei quartieri generali le vittime sono soltanto numeri, defraudati della loro integrità, della loro dignità. Sì, numeri come lo score del tiro ai birilli per fare la conta di chi ne ha abbattuti di più. L’escalation del conflitto costituisce in questo senso un nuovo e pericoloso tassello in un crescente e incandescente mosaico di crisi che, se non affrontate con coraggio, portano all’inevitabile fallimento nel tentativo di costruire un mondo migliore nel segno della pace.

SCINTILLE. Se Putin smentisce di avere iniziato il conflitto in Ucraina, dimentico che il paese è stato invaso il 24 febbraio dalle truppe di Mosca, forse è giunto il momento di porsi qualche domanda per capire dove stiamo andando. L’interrogativo diventa di urgente attualità, mentre nel mondo il clima politico generale si fa di giorno in giorno vieppiù rovente. In Occidente, dall’Europa agli Stati Uniti, sono alle porte appuntamenti elettorali il cui esito, nella peggiore delle ipotesi, può fare tornare indietro bruscamente le lancette della storia. A Washington lo scontro Biden-Trump per la presidenza fa scintille, ed a Bruxelles, nel cuore dell’Ue, la crescita record dell’AfD (“Alternative für Deutschland”) è motivo di gravi preoccupazioni. Di questo passo e tra le incertezze che pesano sull’opinione pubblica, l’estrema destra tedesca potrebbe addirittura arrivare al governo – sia nei Länder, gli Stati federati della Germania, sia nel Bundestag, il parlamento federale tedesco, – con conseguenze facilmente immaginabili per gli assetti delle istituzioni comunitarie. Ci si comincia insomma a rendere seriamente conto che non è mai troppo tardi, e quindi neppure mai troppo presto, per contrastare la deriva che dalla Baviera all’Assia potrebbe un giorno contagiare l’intero continente. Diffusi segnali annunciano fra la gente uno sbalzo di temperatura nel comune sentire, su entrambe le sponde dell’Atlantico, dove fino a poco tempo fa il culto della democrazia di cui parla Ezio Mauro su “Repubblica” era considerato un valore «assoluto e universale. Un valore insostituibile destinato a imporsi ad ogni latitudine dopo avere vinto la sfida del Novecento contro i totalitarismi». Occorre rendersi conto senza indugi del pericolo. Non farlo sarebbe un errore capitale e potrebbe spianare la strada al ritorno del grande gelo.


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