Editoriale - SENZA NIENTE
07, SepQuale storia laggiù attende la fine? “Chi sa parli”. Ottantuno persone morte in quell’aereo passeggeri dell’Itavia precipitato il 26 giugno del 1980 dai cieli sopra l’isola di Ustica. Gli esperti escludono che la causa sia stata una bomba a bordo. Forse, dicono, s’è trattato di un missile. Ma potrebbero essersi anche verificatesi delle forti turbolenze lungo la traiettoria di volo, causate da aerei militari in azione di guerra “coperta”. Il Dottor Sottile, che ha ormai la sua bella età, lancia una sfida a palle incatenate verso l’Eliseo, affinché il Presidente Macron prenda posizione, ammettendo oppure escludendo recisamente, in tutta chiarezza, l’eventuale coinvolgimento francese nella strage di Ustica.
In vita mia Giuliano Amato io l’ho visto una sola volta, fatti salvi ovviamente i congressi socialisti di un tempo che fu, nei quali giocava l’inarrivabile ruolo di enfant prodige craxiano.
Poi l’ho visto da lontano, una sola volta, e solo per brevi istanti. Mi accadde, credo, nel 2011, quando tenne un discorso professorale all’Aula magna dell’Università di Zurigo. A differenza di Valdo Spini, Giuseppe Tamburrano, Giulio Polotti e tanti altri esponenti del vecchio PSI, Amato non ritenne di contattare i dirigenti del Centro Estero socialista. Lui forse nemmeno sapeva che esistesse un Centro Estero guidato, nel corso del tempo, da figure come Giacinto Menotti Serrati, Angelica Balabanoff, Ignazio Silone ed Ezio Canonica.
Eppure fu questa struttura a svolgere un ruolo decisivo, tanto nell’opposizione alla dittatura mussoliniana durante il famigerato Ventennio, quanto nell’organizzazione della resistenza armata contro il nazi-fascismo, quanto infine al lungo impegno di lotta, che continua, contro la xenofobia sin dai tempi in cui i “terroni”, gli “albanesi” e gli “africani” eravamo noi migranti.
Per altro, mi attardo su queste antichità polverose, ben sapendo che oggi l’espressione “Centro Estero” suscita in Italia felici sorrisi di compatimento tra i professionisti della politica e/o delle libere professioni, né certo soltanto tra quelli al seguito delle destre al Governo.
Ma torniamo alla visita zurighese di Giuliano Amato. Abbandonai quasi subito la sala. Forse fu per il suo notorio bigottismo d’opportunità. In fondo, nel 2000, da presidente del Consiglio, Amato si era detto rammaricato di non poter impedire il corteo del Gay Pride. Poi, nel 2007 si era schierato, da Ministro dell'Interno, contro la trascrizione di matrimoni gay celebrati all'estero.
Ricordo l’ampia sala gremita che pendeva dalle labbra del “Dottor Sottile”. Un nomignolo che gli era stato affibbiato per via della corporatura minuta, soprattutto se giustapposta al gigantismo anche grossolano del suo leader di riferimento, ai tempi in cui lavorava come segretario di gabinetto per un premier Craxi che somigliava all’orco delle fiabe, mentre lui stesso incarnava una genuina finezza cartesiana di pensieri, parole ed opere.
Scampò, unica anima pia in un covo di lestofanti, alla catastrofe della Prima Repubblica grazie ai suoi sillogismi conclusivi, ai suoi distinguo impedienti, per non dire degli impedimenti dirimenti al culmine trionfale totale di un latinorum davvero impagabile… qual perfettissimo Azzeccagarbugli!
E invece adesso eccotelo qua, patapunfete, Amato parla della Strage di Ustica, nessuna sottigliezza, zero sofismi, assenza totale di chiaroscuri da un trapassato imperfetto. Data la possibilità che un missile francese abbia abbattuto il DC9 italiano uccidendo le ottantuno persone a bordo, l’ex premier ha chiesto a Macron “di occuparsi della cosa”. Poi, tanto meglio se Parigi dimostrerà che ogni sospetto è infondato. Altrimenti Macron “deve chiedere scusa”, sostiene l’ex Dottor Sottile.
Una domanda che più rettilinea e più chiara di così non si può. Ma perché ora?! Lui dice di avere reputato necessario parlare dopo la morte di Andrea Purgatori, il grande giornalista che ci ha lasciati il 19 luglio scorso dopo breve e fulminante malattia.
Con Purgatori si era già occupato del Caso Ustica e forse i due intendevano ritornarci su, in modo mediato o immediato. Chissà.
Comunque sia: la domanda di verità sta lì – “ancora una volta per la prima volta” come dice Nietzsche – senza possibilità di fraintendimento. Adesso – o Francia o USA – chi sa qualcosa risponda con veridicità, se ne ha il coraggio.
Perché qualcuno, da qualche parte del mondo, in qualche cancelleria occidentale qualcosa dovrà pur sapere, come si può ben intuire dall’alzata di scudi seguita sui giornaloni un tanto a tassametro dopo le parole dell’ex premier italiano.
Insomma, per una volta il “Dottor Sottile” si è espresso senza sottigliezze dottoresche, senza peli sulla lingua, senza distinguo legulei o garbuglioni sillogistici, e per una volta che ha detto pane al pane e vino al vino, ecco a voi il gran vespaio, l’insurrezione firmaiòla degli opinionisti l’uno alla rincorsa dell’altro nello svelamento dello svelamento dello svelamento… della nuda verità latitante.
Non sta a questo giornaletto vetero-siloniano dare lezioni a nessuno e quindi il presente editoriale si conclude – come un amico poeta titolò le sue liriche: “senza niente”, sans rien, without nothing.
