Giustamente GiorgioNapolitano ha ricevuto gli onori che gli spettano come figura eminente della politica e delle istituzioni di questa Repubblica democratica, l'unica che nella sua Costituzione ha scritto nel primo articolo, che la sovranità appartiene al popolo, e un articolo 3, che al suo secondo comma afferma "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."
Le mie occasioni di incontro personali sono avvenute soprattutto nel periodo in cui Napolitano è stato attivo nei rapporti tra PCI e SPD, ma non ho aneddoti da raccontare. Come Presidente della Repubblica portò a compimento una battaglia di principio sul potere di Grazia, che i ministri della Giustizia, di diverso orientamento politico, avevano progressivamente ridotto a un potere duale, subordinato al loro via libera. La revisione era iniziata con il Presidente Ciampi e il mitico consigliere giuridico del Quirinale, Salvatore Sechi, ma il Presidente Napolitano fu il primo ad esercitare il potere di Grazia come prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica.
Fu il primo iscritto a un Partito Comunista a ricevere un visto di entrata negli Stati Uniti, il primo comunista in Italia Ministro degli Interni e Presidente della Repubblica e prima ancora della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo, quello del tentativo di dotare l'Unione Europea di una Costituzione.
Ai funerali laici nella sede della Camera dei deputati di cui è stato Presidente tra chi l'ha commemorato c'era un cardinale e alla sua camera ardente in Senato è comparso a sorpresa Papa Francesco. Per parte mia lo voglio commemorare ricordando il 1956, cioè quelli che con formula ipocrita sono stati definiti i "Fatti d'Ungheria". Ma vorrei anche associare Giorgio Napolitano a un altro protagonista della vita italiana scomparso di recente, il filosofo Fulvio Papi, un grande filosofo e un semplice socialista per comportamento di vita e ideali.
Nel 1956 Papi era un semplice cronista dell'Avanti! edizione di Milano che a fronte della terribile repressione sovietica doveva "chiudere in stampa" l'edizione del 26 ottobre. Il direttore Tullio Vecchietti era irreperibile. E così anche Pietro Nenni. La decisione che lui prese fu assunta in un editoriale, non firmato, e ciò perché non aveva diritto di firma ma anche perché firmarlo ne avrebbe sminuito il significato politico. La ripubblichiamo integralmente per lasciare ai lettori in giudizio, ma occorre dire che dopo la rivolta operaia di Berlino del 1953 e prima della Primavera di Praga con quello scritto la sinistra salvò il suo onore e Fulvio Papi aveva ragione mentre Giorgio Napolitano nell'approvare la repressione aveva torto, come ebbe il coraggio di riconoscere e questo gli fa onore.
Sappiamo che nella liturgia comunista di allora quell'atto era la prova che nella discussione interna Napolitano, contrario alla brutale repressione, era in minoranza, come saranno in minoranza undici anni dopo i compagni del "manifesto" sull'invasione militare della Cecoslovacchia, che pose fine a quell'esperienza. Ma proprio perché contrario fu costretto a piegarsi alle regole del centralismo democratico.
Papi invece si oppose – non come filosofo ma come socialista; infatti, il suo maestro Antonio Banfi si riconobbe nella posizione ufficiale del PCI, di cui era parlamentare, e il loro rapporto si incrinò.
Felice C. Besostri, eletto con i laburisti di Valdo Spini al Senato (XIII legislatura) all'epoca della fondazione dei DS, è noto come costituzionalista per i ricorsi contro il Porcellum e l'Italicum.
